Progetto romano.
Riunione, interno giorno.
Io sono il consulente della prestigiosa multinazionale che, lavorando insieme ad un gruppo di 10 persone della società cliente, italica e vetusta rispetto allo scintillio del know how da international consultancy firm, dovrebbe trasferire il metodo, il verbo, la scienza infusa.
Il team è coeso, noto, poco sofisticato, amichevole.
Tutte donne con una eccezione, anzi due contando me.
Viene fuori che siamo in molti del segno della Vergine.A un certo punto, questo dialogo, davanti a tutti.
Lei (la più carina, meglio sarebbe dire l'unica decente): "ma dai, anche tu vergine!"
Io: "sì" (era tipo la terza* a farmi questo discorso in cinque minuti) *non nel senso dell'editore di Bari
Lei: "ma dai, agosto o settembre?"
Io: "settembre"
Lei: "ma dai, che giorno? Magari 8 come me?"
Io: "sì, in effetti, 8."
Lei (concitata ed incalzante): "69?"
Io: "volentieri."
- Music:"Buio", Fine Before You Came
“buongiorno dottoressa”, mi accomodo.
“come butta?”
“…come parla?”
“dimenticavo che sei un purista del linguaggio: come va?”
“bene, grazie. oddio, ho l’otite..”
“ti fa male?”
“no, ma ho le orecchie costantemente tappate e tutto rimbomba”
“che sia una metafora del tuo essere ottuso?”
“dottoressa…”
“dai, damone, scherzavo. sarà concesso anche a un’analista, no? eccheccazzo”
“per carità. solo che quando faccio io le battute lei parte con tutte quelle storie sul fatto che l’umorismo è una forma di difesa, una via di fuga e tutte quelle minchiate che da freud in giù sappiamo tutti”
“occhei occhei, damone, facciamo così: ricominciamo. come va?”
“bene, grazie. è un periodo felice”
“felice. dimmi di più”
“bè, ricorderà che aspetto la seconda figlia…”
“quella è tua moglie”
“come?”
“è tua moglie. che aspetta un figlio, dico.”
“guardi che l’aspetto anche io, cosa crede?”
“see see, ma è diverso, su. direi che è il tuo solito desiderio di inclusione. di protagonismo.”
“non è desiderio, cazzo.”
“ti infervori eh, damone? Ho colto nel segno”
“non c’entra nulla l’egocentrismo qua, dottoressa. è ovvio che io sia protagonista di questa cosa! nasce mia figlia, mi riguarda eccome”
“mettiamola così: è il tuo solito timore di essere escluso, questa volta applicato alla famiglia. il timore di essere giudicato e non accettato. come il tuo rifiuto di andare nei locali con selezione all’ingresso, ricordi?”
“quello non c’entra nulla, dottoressa. la selezione all’ingresso è una cosa classista! e poi nei locali si paga: perché un energumeno dovrebbe decidere che i soldi di uno vanno bene e quelli di un altro no?”
“dimenticavo…. il paladino dei democratici. l’eroe della lotta di classe. quando fa comodo”
“non è quando fa comodo. l’anticlassismo è un principio. la lotta alla discriminazione”
“damone, ti ricordo che il tuo lavoro è discriminare. ricordi? incontri i manager e li valuti, decidendo i buoni e i cattivi. me l’hai raccontato tu”
“a parte che è un pochino più sofisticato della lista dei buoni e dei cattivi, comunque: non discrimino in base all’appartenenza a una classe piuttosto che a un’altra. né in base alla qualità degli abiti. io valuto le competenze”
“e che cazzo ne sai tu delle competenze delle persone? cosa sei, un esperto di tutti i settori lavorativi del mondo?”
“non parlo di competenze tecniche, dottoressa. parlo di competenze manageriali. comportamentali.”
“sei un comportamentista”
“boh, forse. non mi ricordo cos’era il comportamentismo”
“sei mister oggettività”
“ci provo”
“e se uno venisse a quegli incontri in jeans e maglietta? o, che ne so, in tuta?”
“bè, lo troverei bizzarro.”
“e non inciderebbe sulla valutazione?”
“…in linea di principio no…”
“in linea di principio?”
“vede, anche quello è un comportamento che dovrei leggere. potrebbe essere inconsapevolezza sociale, o organizzativa. oppure potrebbe essere un tentativo di delegittimare il valutatore, dimostrando che non si dà importanza a quell’appuntamento. oppure ancora un problema di standing”
“standing”
“sì”
“quindi mi stai dicendo che influirebbe, altroché. quindi sei come il tizio che fa selezione all’ingresso, solo che non sei un energumeno ed i tuoi criteri sono forse un poco più sofisticati, ma probabilmente ugualmente classisti”
“dottoressa, il sillogismo non mi pare proprio stringente”
lei continua come io non avessi parlato: “quindi il classismo ti sta bene purché sia tu a decidere le classi, a discriminare chi sta di qua e di là, chi entra e chi no. perché se non decidi tu hai paura di essere scartato”
“mi sembra la profezia che si autoavvera, dottoressa”
lei va, imperterrita, e prende nota su un quaderno di hello kitty, rosa, infantile, stucchevole, fuori tempo massimo: “sì, è il solito timore del giudizio degli altri. è il solito bisogno di accettazione.”
“eccola là”
“il problema vero è che tu non riesci a tradurlo in azione, in qualcosa che ti spinga a fare cose per essere accettato. ti limiti a fuggire. in te prevale la paura, invece del desiderio”
“può anche essere vero, ma…”
“troppo buono, damone. sono commossa dal fatto che dall’alto della tua sterminata cultura tu possa pensare che io abbia ragione”
“…in generale è uno spunto interessante, dicevo; ma le ricordo che lei, quando le parlo di donne e in generale di relazioni con le persone, mi dice che si tratta di un costante desiderio di accettazione che mi spinge ad agire in chiave seduttiva anche quando non serve”
“e quindi?”
“ora invece mi dice che non ho spinta all’azione ma solo fuga!”
“quindi? cosa concludi?”
“credevo di pagare lei per questo. è lei la regina del sillogismo arbitrario”
“molto spiritoso. interessante che tu decida di usare l’umorismo proprio adesso. da cosa stai scappando?”
“see, vabbè, lasciamo perdere…”
mi guarda.
“non hai più niente da dire? il tempo sta scadendo”
“già. e l’estate sta finendo, lo so. dottoressa, ha mai notato che io le do del lei mentre lei mi dà del tu trattandomi come un ragazzino?”
lei riprende interesse e scrive di nuovo sul quaderno di hello kitty.
“cos’ha scritto, dottoressa?”
“questa domanda non è lecita, damone. però ti rispondo lo stesso: controdipendenza. mi attacchi per svalutare la fonte di critiche che non riesci ad affrontare”
“dottoressa, mi creda: a svalutarla bastava il quaderno”
“tempo scaduto”
“’rivederci”
“ciao damone”
- Music:"milano" - edda
eppure, tu sei uno che ha viaggiato
hai fatto studi superiori
fai un lavoro sofisticato e ben retribuito,
te ne vai in giro con una macchina grande e costosa
tua moglie è una donna bella ed elegante
il filo di perle attorno al collo, altre due perle sui lobi
i capelli raccolti in uno chignon a scoprire la pelle Bianca
negli incavi del collo
senz’altro molti uomini lo sognano, quel limbo di pelle tra il collo e l’orecchio
ma tu, tu preferisci fartelo succhiare
da ragazze molto più brutte di lei, dall’aria più volgare
senza quell’aristocratico naso all’insù
ma ancora disposte a una sveltina in piedi
dentro al cesso di un pub
proprio mentre la tua famiglia cena,
nella tua bella casa, pensando che stai ancora lavorando,
e pensando che quella sia una cosa bella, mentre, anche se fosse,
vorrebbe dire che il lavoro è una,
una delle cose che ha preso il sopravvento su di noi
e invece no, invece no,
tutto resta ordinario e normale -
un tempo si sarebbe detto “borghese” -
niente può rovinare l’idillio,
e torni a casa, tua figlia è già a nanna
mangi qualcosa, bevi birra ma con una certa moderazione,
lontano dai luoghi comuni
di chi si affoga l’anima nell’alcol
- mio Dio che cosa banale, che mancanza di orginalità –
ok, magari un dito di whisky prima di andare a letto te lo fai,
e quella sera lei ti vuole,
ti vuole per provare a smettere di sognare, nella notte,
di uomini, conosciuti o sconosciuti, che la prendono con forza
e quella sera ti vuole e tu lo fai
e ti piace,
anche se lei, in effetti,
fa troppi versi, grida quasi,
come se fosse la fine del mondo
mentre sapete bene entrambi che non lo è
e cerca di essere un po’ più spregiudicata del solito, lo sguardo cerca di farsi malizioso,
e ti concede qualcosa che non gradisce più di tanto
ma del resto, si sa, le cose a volte prendono il sopravvento su di noi,
questo pensa lei,
e lei non vuole
che accada al vostro matrimonio.
Domani
monterete sulla vostra bella auto
eleganti ma moderni,
coi tatuaggi sotto agli abiti eleganti
- siete ancora giovani, checazzo -
sorriderete alla vostra bella bimba,
incontrerete amici per cena, un bel sigaro per te in mezzo alle risate
- si è mangiato proprio bene -
e farai battute a sfondo sessuale, come al solito, davanti a tutti
mentre lei fingerà di riprenderti, ostentando un mix di gelosia e sicurezza,
sorridendo dell’adorabile canaglia che ha sposato
e mentre farete ritorno a casa, sulla vostra bella auto
qualche amica dirà, dopo la cena, che siete proprio una bella coppia,
e qualche amico annuirà
con invidia, per i tuoi soldi e per quella donna che puoi avere ogni volta che vuoi,
e intanto mentre sfrecci troppo veloce sulla statale
tua figlia si è addormentata, tua moglie
ti carezza il viso, dicendoti che è stanca
e poi chiude gli occhi, accoccolata con le ginocchia sopra il sedile.
Mentre la mezzeria ritmicamente scorre sotto le ruote della tua auto, tu
accendi l’autoradio, per tenerti sveglio
e non sentire che le cose,
le cose hanno preso il sopravvento,
su di noi.
- Music:crx - casino royale
e nel frattempo, l'estate è passata.
è giunta, mentre noi ammuffivamo in ufficio. il sole fuori dal vetro, femmine scosciate e turiste in cerca di fontanelle nel centro della città, e noi dietro al vetro, ingobbiti, dalla mattina alla sera.
un'unica, breve, uscita dal guscio, per pranzo, e subito di ritorno al riparo, spesso addirittura vogliosi di rinchiudersi, per via della condizionata frescura.
poi, convinti che l'estate fosse appena iniziata, siamo partiti per le nostre ferie, chi verso il mare o sui monti o dovunque. abbiamo affrontato veri e propri viaggi della speranza (32 km di coda sul passante di Mestre, che peraltro ne misura 30 di lunghezza; bivacchi e picnic sulla Salerno-Reggio Calabria, vero aggregatore sociale, altro che Facebook e "mi mandi l'amicizia?") e siamo arrivati a destinazione. abbiamo tolto gli indumenti messi in valigia, li abbiamo riposti temporaneamente in armadi di fortuna, siamo usciti per mangiare qualcosa e fare quattro salti, e, dopo qualche sbornia, qualche nuotata e, i più fortunati, qualche accoppiamento carnale, ci siamo trovati già a dover rifare la valigia.
l'attimo dopo stavamo per prendere l'auto o il treno o l'aereo o la nave o tutte queste cose insieme, per rinchiuderci nuovamente in qualche ufficio con frescura condizionata e ringraziare pure il cielo di avercelo ancora, un ufficio nel quale rinchiudersi.
e ora eccoci qui.
le prime giornate le abbiamo trascorse ripetendo a nastro sempre le stesse frasi in risposta alle stesse domande ("dove sei stato? come era il tempo? bello il posto? ti sei divertito? quando sei rientrato?") che tutti, da tua madre al portiere abbronzatissimo fino all'amministratore delegato, ci rivolgono senza sosta nè variazioni.
ha fatto bene l'amico rudi, che prima di ripresentarsi in ufficio ha scritto un cartello geniale contenente le risposte a tutti questi stucchevoli quesiti, lo ha appiccicato a un righello e lo ha piazzato in bella mostra sulla scrivania. i colleghi si avvicinavano col sorriso di ordinanza, davano la stura alle domande e lui in risposta indicava il cartello, risparmiandosi tutti i convenevoli.
che poi, alla domanda "ti sei divertito?" tutti, ma proprio tutti, rispondono "mi sono riposata/o". ora: io ho una bimba piccola e non mi sono particolarmente riposato; ma, concettualmente, diciamo che avrebbe potuto starci che io facessi una vacanza tranquilla. ma i single? le giovani coppie? che cazzo riposate a fare, dico io? nessuno si agita di giorno per vedere posti e di notte per divertirsi e/o devastarsi e/o fare il mundialito??
e ora: di nuovo il sole fuori dal vetro, qualche femmina scosciata nel centro mostra una pelle più bruna, dorata dal sole.
eppure, tra un aperitivo e l'altro, sorridenti e garruli nelle camicie bianche con un bottone aperto sul petto-che-cazzo-è-ancora-estate, sorseggiamo i nostri negronisbagliati mentre i righeira, subdoli, ci bisbigliano nella testa le solite sante parole:
l'estate sta finendo (forse sta anche sfinendo),
un anno se ne va,
sto diventando grande,
lo sai che non mi va.
- Music:Guardia '82 - Brunori Sas
Incontro uno scrittore.
Voglio dire, ha tutto dello scrittore, dello scrittore emergente: la giacca di velluto a coste ciancicata con le toppe ai gomiti; il dolcevita sotto la giacca, il collo alto a pizzicare la barba di tre giorni; le sigarette una via l’altra, e l’espressione tormentata mentre fuma e l’espressione pensierosa mentre parla e cerca le parole, cerca l’ispirazione, come se parlarmi fosse importante e mistico come scrivere uno dei sui famosi, immortali racconti.
Lo incontro fuori da un caffè, e mi stringe la mano con una certa noncuranza, come a dire, il piacere è più tuo che mio, io sono lo scrittore, al limite posso provare una tenue curiosità per te perché sono uno scrittore che resta in contatto con la ggente. Ci sediamo ai tavolini ed ordina un tè verde in faccia alla mia birra.
Mi chiede cos’altro leggo. Io mi sento un po’ sotto esame ma rispondo volentieri.
Lui fa commenti sarcastici su Bukowski (“un alcolizzato e un misantropo”) e su Celine (“un nazista”).
Gli faccio presente che la vita privata degli scrittori mi interessa poco. E che anche a lui forse non piacerebbe essere giudicato per come vive la sua vita.
Lui sorseggia un poco del suo tè e mi guarda con un’espressione di compatimento. Poi, magnanimo, decide di illuminarmi sulla via della saggezza: “Vedi, per te scrivere è un hobby. E allora quello che dici ha senso. Tu sei una persona, hai la tua vita e poi, oltre a questo, scrivi. Io no. Io sono quello che scrivo” e qui piazza un bel silenzio ad effetto.
“Tutti sono quello che scrivono, – azzardo io – è ovvio. Anche quando cerchiamo di prendere le distanze filtriamo quello che vogliamo scrivere con….”
“No, non hai capito – mi interrompe – Non sto parlando di persone normali. Sto parlando di scrittori veri, capito? Gente che ha l’URGENZA di dire delle cose, gente che E’ (si sofferma su questo verbo essere) quella stessa urgenza. Uno scrittore non lo puoi separare dall’uomo. Io sono le cose che scrivo. Al di fuori di quello non c’è niente. (breve silenzio) Niente.”
Sorrido, timidamente.
“….Che altro dire?” butto là.
Poi mi alzo, lascio i miei 10 euro sul tavolo, dico "arrivederci" e me ne vado.
Peccato aver avanzato la birra.
- Music:The Puritans - Casador
“salendo le scale
ci ha spaventato il silenzio,
e qualcosa che pareva un’attesa”
(“la città morta”, massimo volume)
sole temporaneamente fuori dal vetro, verso sera pioverà, piove sempre ormai.
io aspetto te, tu aspetti un figlio, i tavolini del bar sembrano aspettare altra gente, gente più eccitante di noi.
“raccontami qualcosa di bello”, butti là, come se fossi mia figlia.
io respiro e abbasso gli occhi, la mia mano destra sul bicchiere, lo sgurado sul ghiaccio e la scorza dell’arancia.
“sentirsi necessari è qualcosa di bello. forse sbagliato, forse stupido, ma bello”
“e tu ti senti necessario?”
“mi sono sentito così”
“ora no?”
taccio perché quello che sto per dire mi sembra finto. taccio perché penso che quello che sto per dire potrebbe sembrarle finto. poi parlo perché devo imparare a fregarmene di ciò che agli altri può sembrare di me e delle cose che dico.
“ora mi sento necessario a me stesso. sembra una frase ad effetto, lo so, ma quando hai passato anni a tentare in tutti i modi di annullarti, non è poco”
“non è poco, no.”
“e tu? che mi dici? questo figlio in arrivo?”
lei sorride. In quel sorriso io rivedo per un attimo la ragazza selvaggia di dieci anni fa. rivedo la voglia, di più, l’ansia di libertà; rivedo i rave, le paste, i fiumi di alcol, rivedo il confine labile tra autoaffermazione ed autodistruzione, rivedo la ricerca forsennata di uno stile di vita alternativo.
“siamo cambiati tanto, no?” mi chiede
“non lo so. a volte direi di sì. altre volte direi di no”, rispondo evasivo.
lei riparte: “non volevamo scelte obbligate. e invece ci obbligavamo a fare gli alternativi. non volevamo essere schiavi, di un lavoro, del conformismo, dei legami. e diventavamo schiavi di altre cose: delle sostanze, del giudizio degli altri come noi”
io sorrido. ho fatto gli stessi pensieri anni fa. ho temuto che fossero solo alibi auto assolutori, per non ammettere la mia sconfitta. lo temo ancora, ogni tanto.
“alla fine la libertà che avevamo in testa era una cazzata”, fa lei
“l’unica libertà è poter scegliere. ed è comunque una libertà condizionata, perché ci sono un sacco di vincoli”, butto là
“è esattamente così. e allora, se devo dipendere da qualcosa, voglio che sia mio figlio. qualcosa che ho voluto. qualcosa che resta, spero. qualcosa su cui potrò influire, ma solo in parte. qualcosa che dovrò lasciare andare, come la vita.”
“qualcosa di straordinario, vedrai. qualcuno che amerai più di te stessa”
“esatto. so che sembra orrendo, ma voglio questo figlio anche per quello: per aiutarmi a fare quello scatto, che è smettere di pensare sempre a me come se fossi il centro del mondo”
"e magari, sentirti davvero necessaria", aggiungo e sorrido.
anche lei sorride.
butto giù un gran sorso di negroni.
lei beve il suo succo ace. niente più alcol. aspetta un figlio.
- Music:ogni singolo giorno - casino royale
Lei entra nel locale e avanza verso di noi. È ubriaca, lo capisco già da come cammina e da come tiene la testa. Ci raggiunge, accenna un sorriso con la parte destra della bocca, dice ciao alla comitiva e mi incolla le labbra sulle labbra.
Io mantengo il self control. Non rovescio il bicchiere di plastica trasparente pieno di birra, che tengo nella mano destra. Non divento rosso. Non l’abbraccio, non ricambio ma non sembro nemmeno troppo imbarazzato. Mi sento un cazzo di attore in un film. I miei amici mi guardano, come a chiedermi chiarimenti. Io dico soltanto, “Questa è Elisa. Elisa, questi sono….loro”
Lei non si presenta, non li guarda, niente. Lei guarda me. Io tiro un sorso di birra e guardo loro. Negli occhi dei maschi vedo stupore, riprovazione, curiosità, invidia. Negli occhi delle poche femmine vedo solo disprezzo. “Proprio sicure che i vostri ometti siano migliori di me?”, vorrei dire loro, e invece sorrido solo e dico “scusate, con permesso”, e mi allontano con lei.
“Ti vergogni di me? Non sono abbastanza colta da poter stare coi tuoi amichetti borghesucci del cazzo?”
Sorrido sperando di ammansirla “Sei ubriaca, darling. Splendida, ma irrimediabilmente ubriaca”
“Non me ne frega un maledetto cazzo, sai? Di essere ubriaca o di farti fare delle figure di merda”
“Ti trovo delicatissima, stasera.”
“Non fare lo stronzo con me, damone. Non ci provare, a fare il superiore con me. Ricordati che io ti ho visto nudo”
“Cazzo, è stato così drammatico? Non mi sembravi così schifata, ti dirò”
“No, appunto. – mi regala il primo sorriso della serata – Ma una volta che sei stato così in intimità con una persona, poi certi giochini non li accetti”
“Ma io non sto facendo nessun giochino. Ho solo detto che sei ubriaca.”
“Tu ti vergogni di me. Mi vuoi tenere lontana dai tuoi amici perché sono diversa da voi.”
“Sei fuori di testa. Non mi vergogno di te. Solo, dimentichi che io ho un’altra donna. Che tutti loro conoscono bene. Non sanno mica di te e di me”
“Ahaa. Ecco cos’è. Rovino la tua immagine falsa di uomo senza macchia! Sei un ipocrita, lo sapevo. Il solito borghesuccio con la faccia pulita da marito devoto che poi nell’ombra ne combina di ogni. Mi fai schifo”
“Hai finito? Finita la predica?”
“La verità! Sto dicendo solo la verità.”
“A parte che la lotta di classe coi borghesi e i proletari è finita da un pezzo, e comunque non si applica a me e ai miei amici, visto che siamo di tutte le estrazioni sociali possibili; a parte ‘ste minchiate, no, direi che la tua lettura della situazione è quantomeno riduttiva. ‘Fanculo, lo sai come stanno le cose, lo sai dall’inizio come la vivo, quindi non mi fare questo quadretto del cinico sfruttatore. Non rende giustizia nemmeno a te. Cosa sei, stupida? Non ti sei accorta che ti stavo fregando?”
Tace un poco. Deglutisco. “Dai, scusa. Ho esagerato”. Mi pianta addosso gli occhioni scuri e si morde il labbro inferiore.
“Vaffanculo”
“Dammi un po’ di birra”
“Mi sembra che tu abbia già bevuto abbastanza, no?”
Tira una sorsata. “Ora non fare lo stronzo dai”. Fa aderire il suo corpo al mio e mi mette le mani sulla vita. “Chi suona stasera che non mi ricordo?”
“I massimo volume”
“Sono quelli che ti piacciono, no? Quelli in cui lui non canta ma parla, o grida”
“Sì. Sono loro.”
“Devi per forza tornare dai tuoi amici?”, mi bacia, morbida, di baci piccoli, frequenti. “…Mi va di far l’amore”
“Darling, ti ricordo che sono lo stronzo che disprezzavi un attimo fa”
Alza per un attimo lo sguardo dai baci che mi sta dando sul collo per puntarmi gli occhi negli occhi. Poi riprende a lavorarmi collo e bocca con le sue labbra: “andiamo là, dietro la collinetta, dai”
“Non mi pare il caso, su”
“A me sì, invece”. I baci si fanno più profondi.
“Mai fatto in questo posto?”
“No, in effetti no”, rispondo io.
“Vedi? Dobbiamo”. Le sue argomentazioni si fanno sempre più convincenti. E io sono sempre stato arrendevole.
E poi, mancava ancora più di mezz’ora all’inizio del concerto dei massimo volume.
- Music:Quello della foto - Giorgio Canali e Rossofuoco
Si era in pausa pranzo, con due colleghi masculi ed una donzella.
Accaldati ed annoiati, si finisce sul tema (culturalmente non molto elevato, lo ammetto) dei molteplici sinonimi presenti nell’idioma italico e nel gergo ggiovanile per indicare l’atto biblicamente noto come “conoscere”. In un men che non si dica, noi ometti elenchiamo una cinquantina di modi per dirlo, magari non tutti elegantissimi.
In ordine sparso: scopare, chiavare, trombare, ciulare, copulare, ingroppare, castigare, coprire, bussare, schiacciare, sdraiare, bombare, trapanare, ficcare, trivellare, fornicare, fare all'ammore, accoppiarsi, rasare l'aiuola, picchiarglielo, infilare, infilzare, mettere in corpo, zompare, fare zin zin, prendere, darglielo/dargliela, fottere, bastonare/dare il bastone, piegare, fare il mundialito, fare la carriola, caricare, sbattere, fiondare, smontare, montare, pompare, darle una passata, metterglielo sotto la coda, metterla a 90, battezzare, spaccare, pucciare il biscotto, cavalcare, farsi, zufolare, mettere sotto, ingarponare, dare dei colpi, aprire, (in)fiocinare, concludere, mollarla/farsela mollare, mangiare la st.honorè.
Si ride, che noi maschi siamo esseri elementari e ci basta poco.
Poi chiediamo alla donzella. “Ma voi, quando parlate tra voi, come lo dite? Cioè, quando tu vuoi chiedere a una tua amica che è uscita con uno se l’hanno fatto, cosa le dici?”
Lei, dopo aver annuito e riso convinta a quasi tutte le nostre espressioni, nel suo candore se ne esce con un poco credibile “ci sono due modi. o chiedo: “ma avete….” e lascio sospeso, oppure chiedo “è successo?””. Poi arriva perfino a citare sua madre che usa l’espressione “quei due si parlavano” quando non è alle chiacchiere che allude.
Le conclusioni possibili sono:
- maschi e femmine sono davvero due mondi diversi
- i maschi sono sinceri, le femmine (almeno certe femmine) non amano apparire grezze
- i maschi, notoriamente ossessionati dall’argomento, si sono negli anni specializzati: a parlarne, più che altro.
Grazie a chi vorrà contribuire ad allungare la lista.
- Music:"sgrilla" - club dogo
Sparecchio, sistemo, pulisco per terra, carico la lavapiatti, poi stendo i panni, poi vado a fare la spesa, incerto se sentirmi annoiato mortalmente da questa deriva casalinga o fiero della responsabilità che dimostro nell’assolvere ai miei doveri. In auto con il nuovo dei dogo a palla, i bassi che vibrano mi picchiano in pancia. Una mano sul volante, la destra, e il braccio sinistro appoggiato fuori dal vetro, per la postura da vero tamarro della barona dovrei stare più storto, avere un cappellino in testa (e io il cappellino non lo possiedo proprio) e gli occhiali da sole. Una volta dentro proseguo con la postura rilassata e scelgo le cose da infilare nel carrello, guidandolo con gli avambracci. Se all’esselunga guarderanno mai tramite la mia fidaty card gli acquisti che faccio penseranno due cose: che sono abitudinario (compro sempre le stesse cose) e che sono alcolizzato (tra le stesse cose molto vino). Mentre passeggio nel corridoio etilico, una tizia chiede consiglio all’addetto allo riempimento scaffali su un rosso da portare a cena. Lui le porge una bottiglia di marzemino nientedichè e le dice a referenza “questo lo beveva un signore che si chiamava Mozart”. Io non capisco perché un grande musicista dovrebbe essere anche un intenditore di vino, ma evidentemente il problema è mio perché la tizia scodinzola via felice.
Vado a correre e a pensare.
Lungo il naviglio si sprecano i papaveri ai bordi della strada, e io amo i papaveri. Appena si esce dalla città partono le risaie col loro verde brillante, e io amo le risaie.
Mentre corro accanto a cascine abbandonate o a fabbriche dismesse io non posso fare a meno di pensare a dove potrei ripararmi per dormire se rimanessi senza casa, senza lavoro, senza nulla. E’ un pensiero concreto: studio i possibili punti d’entrata, le difficoltà e le soluzioni. Mentalmente mi dico: potrei scavalcare da lì, potrei ripararmi in quella ex stalla, così sento se qualcuno entra e faccio in tempo a scappare; il fosso dei campi non è lontano, così potrei avere l’acqua, eccetera.
Lo so che sembra strano, ma non ci posso fare niente, ho sempre avuto questa cosa.
Freud dice che si vede che dentro di me credo di non meritare quello che ho, e quindi penso che non durerà, che prima o poi qualcuno scoprirà il bluff, e allora sì, finito il cinema.
ma poi la vita, piena di sorprese, mi regalava un'altra chance.
"dove vuoi andare?" domandavo via sms
"è uguale. qualsiasi posto dove io possa sbevazzare e deriderti" recitava la tua risposta.
deridermi? alla faccia del manifesto programmatico
e allora uscivamo ancora e ascoltavo e parlavo e mi concentravo su di te, che mi facevi venire in mente solo aggettivi che non uso mai nella mia vita, tipo deliziosa, incantevole, adorabile; e allora quasi mi dimenticavo, di domandarmi come stavo andando io, se ti stavo piacendo.
ristorante greco, il retsina ci stuzzicava e tu eri bella da far male. una volta fuori da lì, non sapevamo dove andare e sentivamo un tipo che con enfasi diceva ad altri due "vanno tutti lì, andiamo lì, per l'amordiddio andiamo lì", e quindi noi decidevamo di andare altrove.
poi parlavamo e ti raccontavo di me e tu ridevi e poi dicevi "tu sei una femmina", e ridevo anche io perchè un po' è vero, però dentro pensavo "ma che cazzo".
finivamo a sederci fuori in un posto lungo il naviglio ma nel tavolo accanto c'erano adolescenti in libera uscita e faceva freddo e il cameriere aveva una voce insopportabile e ci faceva aspettare prima di ordinare e al momento dell'ordinazione faceva pure una battuta idiota e io lo guardavo senza nessuna indulgenza, senza nessuna parvenza di sorriso.
ce ne andavamo ed indugiavamo davanti a un ponte, incerti se attraversarlo o meno, esattamente come eravamo titubanti rispetto a un bacio che forse tu aspettavi ma che non arrivava.
"vorrei comprarmi le converse. o le superga bianche. sono proprio da femmina?" domandavo io, faceto.
"sì, sono da femmina. ma a te starebbero bene" rispondevi seria tu. eccazzo.
e finivamo in un altro locale ancora, tu avevi freddo e io chiedevo al cameriere se avevano qualcosa di caldo e lui rispondeva "io, io sono caldo" e guardava fisso te e ridevamo tutti e tre ma io intanto pensavo "che cazzo ridi che ti domani ti aspetto qua fuori a fine turno per vibrarti una sprangata in faccia?"
e cercavo una posizione che mi regalasse nonchalance su quei cazzo di divanetti con quei cazzo di cuscini, ma restava il fatto che eravamo sostanzialmente in corridoio. e non troppo di sguincio, quasi di fronte, c'era un televisore acceso a distrarmi proprio mentre io avrei voluto solo guardarti e lasciarmi innamorare.
e il divanetto di fronte a noi era troppo vicino al nostro, sembrava organizzato per una sorta di speed dating a coppie, una roba da scambisti, e tu dicevi "andrebbe meglio a te", alludendo al fatto che la tizia era più carina del suo compagno ma io non ti avrei scambiata per niente al mondo, solo che dirlo faceva troppo sdolcinato.
e in quel divanetto si alternavano coppie con grande velocità, e puntualmente su quel divanetto queste coppie si baciavano con grande slancio e allora dicevo "abbiamo sbagliato divanetto..." che era un modo come un altro per dire, "ricordi?, sono un perfetto coglione, aiutami se puoi"
a un certo punto poi il bacio arrivava, e come sempre mi accade in questi casi non ricordo assolutamente come sia avvenuto l'avvicinamento, il contatto... però ricordo la morbidezza e le espressioni del tuo viso e il profumo che avevi addosso sull'angolo di pelle tra il collo la guancia e l'orecchio.
la notte milanese ci sbirciava e ci nascondeva mentre ci baciavamo per strada come ragazzini.
sulla strada verso casa tua mi sporgevo per guardare dallo specchietto dello scuter se anche tu ti stavi sentendo come mi sentivo io. tu mettevi ancora le mani nelle tasche del mio giubbotto e una folata del tuo profumo arrivava a farmi smettere di pensare.
- Music:l'appuntamento - calibro 35
1) QUANTE RAGAZZE HAI AVUTO? Non tante. Ne ho amate tre. Le amo ancora tutte e tre.
2) ODI PIU' DI TRE PERSONE? Credo di non odiare nessuno. Però mi sta sulle palle un sacco di gente
3) IN QUANTE CASE HAI VISSUTO? Due
4) CARAMELLA PREFERITA? Le Seltz, al limone o all'arancia, col frizzantino dentro
5) HAI MAI FATTO LO SGAMBETTO A QUALCUNO? Giocando a calcio, sempre.
6) HAI MAI FATTO SESSO AL PARCO? Sì, Parco Teramo, Barona Padrona, Milano
7) LA MATERIA SCOLASTICA CHE ODIAVI DI PIU'? Chimica e Fisica: mai capito una ceppa
8) QUANTE PAIA DI SCARPE HAI? Devo veramente contarle? Tante, specie sportive. Ho appena comprato le superga bianche, perchè sono da femmina
9) HAI UN CD DI BRITNEY SPEARS? Come no, ho il poster in camera!
10) HAI MAI VOMITATO IN PUBBLICO? Bè, magari allontanandomi un attimo prima...
11) UNA COSA CHE E' SEMPRE NELLA TUA MENTE? La musica. Canto tutto il giorno
12) GENERE DI MUSICA PREFERITO? Sono il fottuto re dell'indie italico. Ma non è un genere.
13) HAI MAI VINTO DEI CONCORSI? Mai. Nemmeno partecipo per evitare la frustrazione
14) A CHE ORA SEI NATO? Mia madre non se lo ricorda e ogni volta mi dice un orario diverso. ho guardato sul certificato ma non me lo ricordo nemmeno io...
15) TI PIACE LA BIRRA? Parecchiotto, specie dopo lo sport, come integratore.
16) HAI MAI FATTO SCHERZI TELEFONICI? Qualcuno, alle medie
17) QUAl E' IL CD PIU' IMBARAZZANTE CHE HAI? The best of Julio Iglesias
19) QUALI SONO I TUOI COLORI PREFERITI? Blu e bianco.
20) QUANTI OROLOGI POSSIEDI? Tanti. Mi piacciono molto. Ma giro senza orologio da anni. Sono un cretino.
21) QUANTE MUTANDE POSSIEDI? Boh. Quasi tutti boxer bianchi
22) QUALCUNO E' INNAMORATO DI TE? Qualcuno mi ama
23) IL COLORE PREFERITO DA INDOSSARE? Sono bellissimo, sto bene con tutto
24) PEPSI O SPRITE? Pepsi, ma anche no
25) SESSO O AMORE? Amore con sesso, così se mi vengono i crampi alla pianta del piede posso ululare e mangiare le bananesenza vergognarmi
26) MAMMA O PAPA'? Mamma, ma solo perchè papà è morto
27) HAI MAI SCHIAFFEGGIATO QUALCUNO? No. Ho dato pugni, mai schiaffi. Ma è molto raro che io arrivi a quello.
29) QUANTE LAMPADE CI SONO NELLA TUA STANZA DA LETTO? 2 abat jour che non fanno un cazzo di luce ma son belle e una piantana
30) QUANTI VIDEOGIOCHI HAI? Nessuno, sono negato, mi annoio, mi innervosisco, mi viene la frustrazione
31) QUAL E' STATO IL TUO PRIMO CUCCIOLO? Dai nonni in campagna c'erano coniglietti, cagnolini, pulcini. E le galline che mia cugina ed io (stronzi) prendevamo a padellate sulla testa per il gusto di vederle barcollare intontite
32) HAI MAI INDOSSATO LE BRETELLE? Dopo aver visto Wall Street, sì.
33) L'ASPETTO CONTA? Meno di quanto si sospetti
34) MASTICHI CHEWING GUM? Vivident xylit. Nessun problema all'apparato, quindi niente vigorsol airaction
35) CITA TRE INSEGNANTI DELLE SUPERIORI? Frigerio (filosofia e storia, poi sentaore della lega nord; Gatta, lettere, innamorata di Dante; Santambrogio, matematica e fisica, neverending '68)
36) FRATELLI D'ITALIA O VA PENSIERO? Musicalmente Và Pensiero, ma senza connotati politici
37) PERDONI I TORTI? Più no che sì. Mi sa che quello che chiamo perdono spesso è solo oblio.
38) QUANTI FIGLI VUOI? Quattro.
39) POSSIEDI QUALCOSA DI HOT TOPIC? La fantasia
40) COLAZIONE PREFERITA? Come mi dissero in un'aula di formazione, "il feedback è la colazione dei campioni!". Per me latte caldo; e caffè a parte, grazie.
41) POSSIEDI UN'ARMA? Due: l'ingenuità e il cinismo. E so usarle entrambe
42) HAI MAI CREDUTO ERRONEAMENTE DI ESSERE INNAMORATO? Un po' me la racconto sempre. ne ho bisogno.
43) QUANDO HAI PIANTO L'ULTIMA VOLTA? Una settimana fa circa
44) COS'HAI FATTO TRE SERE FA? Tre sere fa era venerdì? Sono uscito con una ragazza splendida che mi fa girare la testa. Serata fantastica, c'era pure Paul Weller.
45) TI PIACCIONO LE OLIVE? Preferisco il Martini che le accompagna.
46) HAI MAI CHIAMATO MAMMA LA TUA MAESTRA? No, mi era chiara la distinzione dei ruoli. E poi mia mamma era bionda (tinta), dolce e bella; la maestra mora (tinta), austera e brutta
47) SEI MAI STATO IN UN CASTELLO? Woeuff, molteplici. Tutti quella della val d'aosta. Quello sforzesco a milano. e altri sia in italia che in europa
48) NOMIGNOLI? Ricky alle medie, da una contrazione del cognome. Poi è arrivato nick damone e chiusa lì
49) CONOSCI QUALCUNO CHE SI CHIAMA BERTA? Solo nelle canzoni: Rino Gaetano e Squallor
50) SEI MAI STATO NEL KENTUCKY? Fried Chicken, sì. Nazione negli USA, no.
52) STAI PENSANDO A QUALCUNO ORA? Oh yes. A Paul Weller.
53) HAI MAI FATTO DA AMANTE? Participio presente del verbo amare, sempre.
54) POSSIEDI UN ANELLO DI DIAMANTI? No
56) SEI CONTENTO DELLA TUA VITA? Molto.
57) TI PIACCIONO I TUOI CAPELLI? Sì, ma sono molto ordinari. Mi piacevano quando erano lunghi.
58) QUALCUNO HA UNA COTTA PER TE? Spero di sì, temo di no.
60) COSA STAVI FACENDO NEL MAGGIO DEL 1994? Mi torturavo con gli ultimi fuochi di un amore post adolescenziale
61) HAI UN CD DEI BACKSTREET BOYS? Come no, ho il poster in camera, limonano con Britney Spears
62) MC DONALDS O WENDYS? Wendys ma solo per nostalgia.
63) TI PIACI? Sì e no. Mi conosco. Quello che non mi piace lo hanno detto gli Afterhours: "perciò io maledico il modo in cui sono fatto/ il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco/ il mio modo vigliacco di restare/ convinto che ci sia quello che non c'è"
64) SEI PIU' ATTACCATO A TUA MADRE O A TUO PADRE? A mia madre, anche perchè é rimasta sola
65) LA CARATTERISTICA FISICA CHE PREFERISCI NEL SESSO OPPOSTO? Il viso. Il fondoschiena. La vita più stretta dei fianchi
66) HAI PAURA DEL BUIO? No. Però in una grotta ho provato il buio vero. E sono cazzi.
67) HAI MAI MANGIATO LA COLLA? No, l'annusavo e basta. Ora annuso il collo di Paul Weller, ha un ottimo profumo.
68) HAI UNA WEBCAM? No
69) HAI MAI FATTO LO SPOGLIARELLO? Come no? Mi pagano fior di cifre per vedermi in tutto lo splendore delle mie maniglie dell'amore
70) TI SEI MAI ROTTO UN OSSO? Lo scafoide. E' ancora rotto.
71) QUAL E' IL TUO FILM DELL'ORRORE PREFERITO? Non vedo film dell'orrore
72) CHATTI SPESSO? No
73) CAPELLI SCIOLTI O LEGATI? Quando li avevo lunghi, sciolti.
74) HAI MAI SPEZZATO IL CUORE A QUALCUNO? Involontariamente, certo.
76) FAMIGLIA BRADY O I ROBINSON? Robinson, gli altri non so chi siano.
77) TI PIACEVA LA SEGRETARIA DELLA TUA SCUOLA? Non la ricordo assolutamente. Però alle medie la supplente di matematica mi ha turbato moltissimo.
78) TI HANNO MAI DETTO CHE PROVOCHI? Qualche volta, ma non è un mio tratto. Sono più un giocatore di rimessa.
79) HAI UN MARCHIO DI NASCITA? Un pezzo dell'orecchio destro è schiacciato. e al posto del braccialettino ho un codice a barre tatuato sulla chiappa sinistra
81) SAI CUCINARE? No. Qualche cavallo di battaglia per fare scena ma poca roba. Però apparecchio bene, con grande attenzione ai dettagli.
82) TRE COSE CHE TI INFASTIDISCONO: Il segno delle virgolette fatto con le mani; i locali fighetti milanesi che fanno selezione all'ingresso; non avere più il dribbling fatato quando gioco a pallone.
83) MANDI MESSAGGI SPESSO? Sì. Sms ed email. Ai tempi del mio giovanile e struggente romanticismo, scrivevo anche grandi lettere.
85) HAI QUALCHE CICATRICE? Sia dentro che fuori
86) COSA VUOI PIU' DI OGNI ALTRA COSA ADESSO? Un bacio di ...Paul Weller. E una birra, grazie.
87) PIACCIONO I FILM DELL'ORRORE? Credo di non averne mai visto uno, non mi interessa quel genere di brivido. Ne preferisco altri.
88) TI PIACE IL CIBO UNTO? Dipende dal cibo.
89) MELA ROSSA O SUCCO DI FRUTTA? Mela, non ho ancora la dentiera
90) HAI VISTO TUTTI I FILM DI ROCKY? Non tutti. credo mi manchino il 3 e il 5. Ma ci dormo lo stesso.
92) POSSIEDI UNA SCATOLA DI PENNARELLI? No, se mi servono li ciulo in ufficio.
94) QUAL E' L'ULTIMA PERSONA A CUI HAI DETTO TI AMO? A mia madre, è tornata ieri da un viaggio.
96) QUAL E' L'ULTIMA PERSONA CHE TI HA FATTO PIANGERE? Un vecchio che era caduto in metro. Non mi ha fatto niente, ma ha innescato un rosario di ricordi dolorosi.
97) QUAL E' L'ULTIMA PERSONA CHE TI HA FATTO RIDERE? il mio compagno di banco in ufficio, 30 secondi fa.
98) QUAL E' L'ULTIMA PERSONA CHE TI HA SCRITTO? il mio amorevole capo, detto il cinghiale
99) CHI E' L'ULTIMA PERSONA CHE TI HA TELEFONATO? il mio amico Grandemerlo
100) QUAL E' IL GESTORE DEL TUO CELLULARE? cell aziendale, TIM
- Music:you do something to me - paul weller
intanto tu, seduta dietro, ti sporgevi di lato di volta in volta per dire qualcosa o per ascoltare quel che dicevo io. io che cercavo qualche frase un po' ad effetto, qualcosa che sembrasse interessante, stravagante magari quel pizzico (anche l'eccessivamente ordinario può esserlo, e io lo so), divertente magari ma non stupido. come se non fosse già un po' stupida questa pseudo-recita, questo tentativo di condensare la propria personalità in poche battute, per dirti ecco questo sono io, e sperare di piacerti.
e intanto tu, per combattere quel freddo inaspettato, o forse anche per accorciare le distanze, mi tenevi le mani nelle tasche del giubbotto, quelle stesse tasche dove avrei frugato volentieri per cercare il coraggio di dirtelo, che avevo una voglia disperata di baciarti. ma sono un imbranato, cazzo. perchè l'amore insegna, ma non si fa imparare, e alla mia età, ormai veneranda pur senza averne l'aria, resto il ragazzino impacciato che ero.
poi finalmente mi decidevo a parcheggiare lo scuter, e venivo travolto dalle onde: prima quella del tuo profumo scatenata dal tuo movimento a scendere; poi da quella della visione della pelle chiara del tuo collo, esibito una volta tolto il casco, con la testa buttata indietro in un movimento rotatorio a ravviare i capelli.
e io ti guardavo e me lo domandavo: accadrà? come farò a baciarti? dove? come?
per calmare l'ansia per un attimo avevo anche pensato di farle a te, queste domande.
e invece avevo chiesto soltanto "che profumo hai?"
"insolence", la tua risposta.
"è buonissimo. ti spiace se ti annuso ogni tanto?" e avevamo riso.
ecco.
questo sono. uno che sa solo far ridere, sa solo sdrammatizzare.
un perfetto coglione, insomma.
- Music:chi mi credo d'essere? - marlene kuntz
hai presente quando eravamo in scuter venerdì sera e si capiva subito che la serata sarebbe stata (più che) piacevole?
a un certo punto eravamo in porta ticinese e mentre io vagavo senza meta, in modo sostanzialmente inutile, come fai quando stai bene e sei felice; e insomma mentre curvavo per fare il giro della piazza ti raccontavo che il giorno stesso, o il giorno prima (non è importante), avevo visto una vetrina nella Milano trendy che parlava "dell'importanza di avere uno stile di vita".
e te lo raccontavo per fare un po' il brillante e per dire che mi sembrava assurdo.
e ci chiedevamo anche cosa cazzo fosse in fin dei conti uno stile di vita.
e poi io ho detto "ma soprattutto: cosa me ne faccio di uno stile di vita quando potrei averne tanti?"
ma, in realtà, volevo dire "cosa me ne faccio di uno stile di vita quando potrei avere te?"
- Music:"piromani" - le luci della centrale elettrica
Trasferta lavorativa. Giornata dura, a tratti perfino aspra, ma alla fin fine me la cavo benone ed arriva sera.
Vado in albergo. Check in, modi formalmente ampollosi del personale alla reception. Io rispondo da signorino ma in realtà mi concentro solo sui movimenti delle labbra della signorina mentre mi parla e faccio pensieri impuri. Belli, ma impuri.
Quinto piano. In ascensore profumo di manager incravattato e ben rasato.
Stanza grande, bella, ordinata. Mi spaventa un po’.
Apro la valigia e sparpaglio le mie cose, sul letto, sulla poltrona, sul tavolo, per terra.
Ora va meglio.
Tolgo l’uniforme del mio conformismo: la giacca, la cravatta, la camicia.
Resto coi boxer perché nudo bruco no, ci ho una dignità io.
Faccio le telefonate lavorative che devo fare: il mio capo da rassicurare e influenzare, il mio cliente da blandire e sedurre. Una vitaccia proprio.
Poi doccia bella lunga e laptop con i dogo a palla, che io lo so che il vicino di stanza sarà perplesso rispetto ai miei gusti musicali, ma in questo periodo va così.
Fuori dal vetro raffiche di vento e minaccia, nemmeno troppo velata, di pioggia. Sono solo, decido di cenare al ristorante dell’hotel, per fare prima.
Locale un po’ pretenzioso ma quasi vuoto, bene.
Prendo posto.
Acqua, vino, grissini.
Ecco il menu.
Tra gli antipasti la mia attenzione cade sul “tonno di coniglio su aceto balsamico e radicchio rosso”. Eccheccazzo.
O è tonno, o è coniglio.
O nuota serafico nel mare aperto o zampetta garrulo nei prati.
O ha le squame sulla superficie corporea, o ha il pelo.
Vabbé.
Il cameriere mi porta una cosa che non ho chiesto, “per ingannare l’attesa”.
Perché dovrei ingannarla, questa attesa? Non posso essere onesto e sincero con lei e dirle la verità, cioè che non ho intenzione di aspettare oltre questo cazzo di tonno di coniglio?
Il mio vicino di tavolo opta per il “prosciutto pesante”, che gli viene garantito essere una specialità friulana. Voglio dire, anche il prosciutto di parma se te lo lancio sulla gobba non è proprio light, ma va bene. Inspiro ed espiro. Devo imparare a lasciare correre o mi trasformerò al più presto nel nano Brontolo.
Mi deprimo progressivamente.
Realizzo di essere solo.
La vicina di tavolo ignora la persona che le siede di fronte e parla al cellulare per tutta la durata della cena.
Il cameriere, più triste di me, scompare in cucina per lunghi tratti, impedendomi di andarmene proprio quando qualcuno mi schiaccia “off” sulla schiena, spegnendo qualsiasi mia resistenza fisica e nervosa e io ho fretta, d’improvviso ho fretta, voglio andare in stanza a deprimermi per bene, a completare l’opera di annichilimento.
Salgo a piedi, sedotto dal pendio dolce assicurato da questi gradini che girano lungo il perimetro della torre attorno alla quale si sviluppa l’albergo.
Eccomi in stanza.
Siedo sul letto, rimango immobile a perplimermi ed interrogarmi sul da farsi.
È in momenti come questi che la droga, l’etilismo spinto, il meretricio, la rivoluzione socialista e perfino l’autoerotismo mi sembrano le uniche vie di uscita possibili. Consolatorie, temporanee, ma possibili. Ok, la rivoluzione socialista no, ma le altre sì.
Comincio un film sul piccì, ma smetto perché la visione richiede troppo tempo.
Comincio lo zapping in tivù, ma smetto perché certi programmi richiedono troppo fegato.
Comincio a leggere un libro ma smetto perché la lettura richiede troppa concentrazione.
Guardo un po’ fuori dalla finestra i tetti di Torino spazzati dal vento, ma proprio non mi riesce di sentirmi un poeta romantico nel pieno dei suoi struggimenti: resto un imbecille in trasferta, mezzo ubriaco e tristanzuolo.
- Music:moltheni - finta gioia
Premessa noiosa:
E’ Torino, con il suo accento strano in bocca alle persone, con vocali aperte o chiuse in modo differente dalle mie.
I giorni scorrono lavorando, e io non ci sono più abituato. I giorni scorrono recitando il lavoro, è una specie di teatrino, io faccio la mia parte fingendo di crederci, i miei interlocutori fanno la loro parte fingendosi interessati. Io appeso nelle pause al blackberry tra email e sms nel tentativo disperato di sentirmi altrove.
Le notti intanto sgocciolano come moccio dal naso, tra sere piovose di aprile che cazzo dovrebbe essere primavera no?, io senza ombrello a cena da solo, lo sguardo perso tra il corriere e le tette della cameriera, più queste ultime del corriere dico la verità, anche se poi io non sono un fan delle tette ma quello c’è.
E poi notti trascorse in una stanza di albergo davvero impersonale, non funziona nemmeno il telecomando, cazzo, non funziono nemmeno io, la mia mente è inceppata e bloccata come il canale della tivù.
Immagini fisse, pensieri fissi, vaga sensazione di fastidio, prurito nella zona tra il collo e l’orecchio sinistro.
Parte prima:
La settimana dopo, quasi alla stazione, mi accorgo che non trovo il messaggino di conferma di Trenitalia che ti dice “hai questo posto su questa carrozza su questo treno”, più 125 righe di codici alfanumerici improbabili che tanto non userò mai.
Non lo trovo più. Forse non ce l’ho mai avuto, forse l’ho solo cancellato.
Provo a chiamare la segretaria che dovrebbe avermi fatto la prenotazione, forse nel marasma di questi 6 viaggi in una settimana (brillante escamotage per contenere i costi, anche se poi sospetto che l’andata e ritorno sull’alta velocità in prima classe costi più di una notte in quel cazzo di albergo), forse nel marasma se ne è perso uno. Lei non risponde, sono le 19 e passa, non è più in ufficio e il mio fascino nei suoi confronti non è così forte da indurla a rispondere alle chiamate al cellulare fuori dall’orario di lavoro.
Va bene.
Chiamo il call center di Trenitalia, arrivo al menu, digito il numero giusto, sono tutti occupati, non vogliono che io stia in pena nell’attesa quindi mi buttano giù. Richiamo e furbescamente faccio un altro numero nella selezione, così – mi dico - becco la linea e poi mi faccio passare quegli altri, risponde l’operatore A223, “sono Anna in cosa posso esserle utile?”,
“Anna volevo sapere se sono prenotato su un treno”,
“ah no, io non ho queste informazioni, attenda che provo a inoltrare la chiamata ai colleghi preposti”, parte la musichetta, e io me la vedo Anna che si guarda lo smalto delle unghie lasciando passare il tempo che le serve per potermi dire “purtroppo non riesco a inoltrare la chiamata, richiami e digiti il numero 2 per parlare con i colleghi preposti”,
“io l’ho fatto Anna, ma i preposti sono sempre occupati cazzo e a me parte il treno e non so se io ci sono su quel treno oppure no”,
“ mi spiace signore, non posso aiutarla”
“non è vero Anna, non ti spiace, però ciao, buona serata”
Parte seconda:
Poi ecco risponde l’operatore numero A121 “buongiorno sono Loredana”,
“sera Loredana, mi sa dire se sono prenotato sul treno delle 19.27 di oggi che da Torino va a Milano?”
“Mi dia il codice CP”.
“Loredana, abbia pazienza, se avessi quel codice saprei di essere prenotato, no?”
“Ok allora mi dia il PNR”.
“Loredana, lei forse non mi ha capito, non ho più l’sms, e siccome non ho fatto io la prenotazione non so se devo acquistare un altro biglietto o se quel biglietto ce l’ho già”.
“ho capito. Non può farsi dare il CP e il PNR dalla sua segretaria e poi richiamarmi? Io ho bisogno di quei dati”
sì, e io ho bisogno d’amore. “Loredana, mi ascolti bene: io la mia segretaria l’ho chiamata ma non mi risponde, e se mi rispondesse io non avrei più bisogno di chiamare lei! Mi aiuti a capire se sono su quel treno. Avrete un elenco nel computer con i nomi dei passeggeri”.
Sembro fare breccia. Mi chiede i dati. Da dove parto, dove voglio andare, a che ora, qual è il mio nome e il mio cognome.
“Carlo Riccardi”
“RICCARDI - lo dice proprio scandendo bene la I finale - è il nome?”
mi ripeto mentalmente stai calmo stai calmo stai calmo: “no, Carlo è il nome. Riccardi è il cognome”.
Attendo. Rumore di tasti picchiettati con le dita. “eh, qui ci sono veramente un sacco di Carlo!”
“Loredana, sia gentile: provi a fare la ricerca sul cognome, magari è meno comune, non trova?”
“come dice?”
“di usare il cognome”
“ah ecco, ho trovato! Riccardi Carlo! Eh, ma ce ne sono tanti qui”
“come tanti?”
“vedo tutti i biglietti acquistati da lei”
“ok, c’è quello di oggi?”
“non lo so, vedo solo gli acquisti del 2008”
“DEL 2008?? MA NON E’ POSSIBILE CHE NON RIUSCIATE A SAPERE SE SONO SU UN CAZZO DI TRENO!”
“Senza il CP o il PNR io non riesco ad aiutarla”
“e basta con questo CP! Non ce l’ho. Non può vedere solo i passeggeri del treno di cui stiamo parlando invece di guardare tutti i miei acquisti del 2008?”
lei sospira. “possiamo provare… quando dovrebbe partire?”
“OGGI, tra sette minuti, cazzo”
“vediamo, treno per Dortmund?”
“DORTMUND?? Loredana, sia sincera: mi sta prendendo per il culo?”
“no, signore, mi scusi, ma qui non funziona niente, ora mi si è aperta questa maschera col treno per Dortmund”
“Loredana, grazie, va bene lo stesso. Saranno i sistemi che fanno schifo. Però anche lei secondo me non li sa usare”
“ma se lei recuperasse almeno il PNR…”
“va bene, guardi, facciamo così: ora vado a Dortmund a cercarlo. Buonasera.”
Epilogo:
Sconsolato vado al treno. In testa al binario ci sono un uomo e una donna, con un pc e la divisa di Trenitalia.
“Buonasera, forse potete aiutarmi” e spiego.
Mi risponde lei “ Mi dà il codice CP?”
“Signora, se l’avessi avrei l’sms”
“si ricorda il posto che aveva?”
“No”
“E io come faccio? Dovrei scorrere tutti i posti uno per uno guardando se c’è il suo nome? Capisce che è una cosa lunga”
L’uomo a fianco a lei, baffomunito, butta là un “facciamo la ricerca col cognome. Come si chiama?”
“Riccardi”
lo digita. “Carlo?”
“SI’”
“Carrozza 2 e posto 76. questo è il suo PNR da comunicare al controllore. Vuole che glielo scriva?”
L'operazione intera gli richiede 46 secondi netti.
Io non piango solo perché ho senso del pudore.
Dovrò abituarmi
a vedere che sono altri a farti ridere,
non io, non più.
Dovrò allenarmi
a coltivare un po’ di rancore - pare che aiuti -
spruzzarti addosso un po’ del mio veleno
senza pensare
che potrei poi venire lì
a succhiarlo via con le labbra,
per impedirti di finire avvelenata,
invece no invece no,
tu non hai pietà per me
non è pietà concederti
una volta ogni tanto,
- quando non hai di meglio da fare -
aprirmi casa tua, le tue gambe,
scoprire il collo e le spalle
ai miei baci
solo per riempire una serata,
ed io lo so che in questa storia non sono la vittima
perché in fin dei conti prendo quanto do
niente di meno,
eppure
ecco,
mi sento diverso da te
e ora che dimentico il sapore della tua pelle
mi sento di convincermi
che sarà una gioia
non toccarti più
- Music:moltheni - vita rubina
Ittolittos (locale in barona, periferia sudovest, milano) interno sera, tavolaccio in legno con panche, venerdì.
io: “per me una bjorne”
merlo: “per me una kapuziner”
silvialacameriera: “col limone o senza?”
merlo: “a un limone non dico mai di no”, e sorride, lui e la sua faccia da schiaffi.
bebo: “anch’io una kapuziner”
spagna: “io vorrei una bistecca con le patatine fritte e una birra media”
bebo: “non hai mangiato nemmeno stasera?
spagna: “no, arrivo direttamente dal lavoro”
bebo: “cazzo, ma sono le dieci e mezza di venerdì sera”
spagna: “sì, ma dovevo finire una cosa”
bebo: “che vita di merda!”
io: “sti stracomunitari ci vengono a togliere il lavoro a noi tagliani! che io ci avrei tenuto a lavorare fino alle dieci di sera, ma tu mi hai soffiato il posto”
spagna: “guarda che madrid è in europa, sono straniero ma comunitario”
io: “anche recoba diceva così, ma ci aveva il passaporto falso, ‘sto ciccione, che in campo ha pascolato per anni”
frenzis: “silvia, per me un tè caldo, per piacere”
silvia: “ma come? il tè caldo di solito non lo prende il dottore?”
dottore: “solo quando sono di guardia. stasera no, quindi prendo volentieri una birra rossa”
io: “non lavori ma sei in moto, e tu con mezza birra sei fuori; poi finisce che ti fai tutto il cavalcavia in impennata”
dottore: “aaahhhh” (verso roco che fa il doc quando si spazientisce, vagamente simile al verso del muflone in amore)
silvia: “quindi, frenzis, prendi veramente il tè?”
frenzis: “sì, per piacere” (educazione sempre impeccabile il frenzis)
io: “allora, doc, com’è andata la settimana?”
dottore: “da dove vogliamo cominciare? dal lavoro o dal privato?”
merlo: “perché, ci sono news sul privato?? chiara te l’ha data?? grande doc, che ci abbiam sempre creduto, in te!”
il dottore ride, poi, “calma, no, chiara non me l’ha data, però…”
io: “ci sono buone possibilità??”
dottore: “non proprio, martedì siamo stati finalmente un po’ insieme da soli e…”
merlo: “ci è scappato il limone??”
dottore: “no”
merlo: “ma almeno un limone, dico io!!”
dottore: “merlo, no. ho fatto outing”
merlo: “sei ricchione??”
spagna: “merlo, sei veramente una bestia! ma che parole sono?”
io: “ha ragione spagna… tuttalpiù, culandra, che è più affettuoso”
bebo: “frocio, che è universale”
spagna: “siete veramente delle bestie, mi vergogno di voi, non vi riconosco”
io: “dai, a parte merlo, noi stiamo scherzando”
dottore: “comunque, no, non sono gay. semplicemente, ho fatto outing nel senso che mi sono dichiarato, le ho parlato chiaro, e lei ha detto che forse ho frainteso certi suoi atteggiamenti. dice che ama il suo moroso, punto e basta”.
bebo guarda frenzis, e dice “diavolo porco, che vita di merda!”, e mangia le patatine di spagna.
merlo: “comunque lo sapevo io che non combinavi un cazzo”
frenzis: “ma se prima hai detto che ci hai sempre creduto”
merlo: “dicevo per dire, per fargli coraggio”
frenzis: “ah sì, bel coraggio che gli stai facendo”
spagna: “ma tu cosa le hai detto precisamente? e lei cosa ti ha detto?”
bebo: “non sarai stato ironico, come fai di solito, vero? che la tua ironia la cogli solo tu, gli altri la prendono solo per atteggiamento da stronzo”
dottore: “no, non sono stato ironico, stavolta. ho seguito i vostri consigli, niente ironia. solo che non c’è trippa per gatti, tutto qua”
io: “ma scusa, e tutte le cose che ci hai raccontato? che lei era vogliosa di uscire con te, di conoscere noi, perfino di venire in ‘sto locale! voglio dire: o la ragazza è molto volubile (e quindi molto stronza) oppure non ce l’hai contata giusta”
merlo: “ma almeno un limone, dico io!”
spagna lo fulmina con lo sguardo.
dottore: “eh, forse io non c’ho capito molto, nel senso che, forse, volendo vedere certe cose posso aver frainteso degli atteggiamenti che in realtà erano solo amichevoli”
bebo: “sì, ma se ti ha detto che era vogliosa, vogliosa capito?, c’è poco da fraintendere”
merlo: “e se era vogliosa, almeno un limone doveva scapparci!”
frenzis: “minchia merlo, basta co’sto limone!”
merlo: “vabbè vabbè, io la smetto, però il limone è importante, tutte le donne lo dicono che i baci sono fondamentali”
spagna: “insomma, ti ha detto che era vogliosa o no?”
ridiamo tutti, anche il dottore, che poi replica: “a parte che io ho detto che lei era vogliosa di venire all’ittolittos, mica di limonare; comunque, non so se avesse proprio usato quel termine o qualcosa di simile…”
io: “eh, no, ora non puoi dirci così. cambia tutto. il linguaggio è lo specchio dell’anima-
- frenzis: “no, quelli sono gli occhi”-
io: “lasciami dire, il linguaggio è rivelatore, ci sono secoli di studi, la filosofia del linguaggio-
- bebo: “damo’, cheppalle!”-
io: “va bene, comunque quello che voglio dire è che se una donna dice che è vogliosa-
- merlo: “vuol dire che è vogliosa e allora il limone è il minimo”-
io: “minchia mi fate finire o no? dico, un conto è dire “sono vogliosa”, un altro è dire “mi farebbe piacere…”
bebo: “che poi non le faceva nemmeno piacere, visto che non ci è mai venuta”
tutti ridono, frenzis tra i singhiozzi mormora “certo che siete bastardi”
spagna: “vabbè, doc, non sa cosa si perde, peggio per lei!”
merlo: “giusto, e poi tu non ti perdi nulla, dalla descrizione che ci hai fatto doveva essere un cesso!”
io: “ sempre delicato tu, eh? cazzo, se lui si è dichiarato magari ne era innamorato, no?”
merlo: “io mica ho parlato di sentimenti, ho solo detto che ce l’ha descritta come un cesso”
frenzis: “e che c’entra, se lui l’amava!!”
merlo: “l’amore poi un giorno come un altro passa, e ti ritrovi accanto a un cesso!”
spagna: “cazzo, dovevi fare tu filosofia, non il damone!”
merlo: “cosa vuoi, la mia è filosofia di vita”
c’è una pausa, in cui tutti all’unisono beviamo.
dottore: “però il lavoro va bene; questa settimana il prof. mi ha fatto fare un sacco di endoscopie”
bebo: “minchia, doc, solo tu puoi gioire perché ti fanno mettere una sonda nel culo alle persone”
tutti ridiamo, di nuovo.
damone: “sì, vabbè, però questo è accanimento, e non è giusto. io voglio invece alzare il calice al dottore, che sta facendo grandi passi nella sua carriera che lo porterà ad essere un fulgido astro nel cielo della gastroenterologia italica, ma cosa dico, europea! e quanto alle donne, la fortuna girerà!”
tutti brindiamo, felici, in piedi, sbattendo i boccali l’uno contro gli altri.
merlo: “però doc, quando la fortuna girerà, mi raccomando, almeno un limone, cazzo!”
- Music:I wanna feel collins - Fare Soldi
con la pioggia fuori dai vetri,
a me piaceva sorridere con gli occhi bassi,
ricordi? era una vita fa
- le domeniche sono stragi, niente di meno,
basta saperle guardare -
io ne ero capace, non è un caso
che abbiano dovuto bendarmi
per farmi smettere di soffrire
legarmi i polsi al letto, per impedirmi di farmi male
ma sudavo tanto e tremavo
e saltavo forte sulla schiena, rimbalzando sul materasso
- i nervi tesi, la casa brucia dall’interno
il mio corpo è la casa, le ossa sono fatte di legno -
e tu gridavi tutta la voce che avevi per fermare l’orrore,
hanno dovuto tapparti la bocca per impedirti di buttare fuori
il vomito la bile la birra il dolore
ma ecco, i sorrisi arrivano lievi, come carezze di una madre,
la mia, dolcissima,
le sue dita tra i miei capelli per farmi dimenticare il male
il male che io ho fatto
per dimostrare a me stesso che non ero perfetto
per dimostrare che tutte le cose che avevo visto
e che avevo sopportato
- mio padre rannicchiato su un divano a piangere
mia madre che si chiude dietro la porta del bagno per non farsi vedere da noi
qualcuno che puntualmente parte e non torna
i soldi che non ci sono più, certi Natali che non ci sono più, l’amore che non c’è più
la malattia che gli scava la carne e sembra consumarlo
quel figlio mai nato adagiato morto su un lenzuolo
la mia espressione stravolta, come fosse la faccia di un altro,
mentre mi scopo una tizia che non amo
e mia moglie mi aspetta ignara a casa sospirando sul lavoro che mi fa fare sempre tardi -
tutte queste cose che ho dovuto sopportare,
- compreso il fatto di non essere all’altezza -
e allora hanno dovuto picchiarmi per riuscire a farmi piangere
picchiarmi dappertutto, in testa in faccia in pancia
hanno dovuto darmele nelle gambe con un bastone per farmi sentire qualcosa,
hanno dovuto rasarmi i capelli
per credere che fossi finalmente diventato come loro
e hanno dovuto drogarmi e hanno dovuto baciarmi in bocca
per farmi smettere di vedere la verità che brucia gli occhi
hanno dovuto strapparmi i capelli a manciate
per farmi smettere di pensare che la vita potesse comunque essere bella
e che io potessi comunque farcela, a venirne fuori
senza finire, sdraiato sul pavimento di una stazione
a parlare da solo
di mia madre
di mia moglie
di mia figlia
nel freddo di febbraio, mentre Milano mi culla
nelle panchine di piazza repubblica, dove una vita fa lavoravo
ed io finalmente mi perdono,
e domani, domani dovranno dedicarsi ancora a me,
raccogliermi da terra
lavarmi, radermi, vestirmi bene un’ultima volta
e magari piangere qualche lacrima
- Music:Carenza di basso - Useless Wooden Toys ft Uochi Toki
L’estetica della noncuranza, il disordine di casa tua
qualche indumento sul parquet
il letto sfatto, un cuscino profumato di te
la paura di essere umano
la paura degli esseri umani
- lo vedi, puoi diventare quello che ti pare -
“dietro l’aspetto ordinario non hai niente di ordinario”,
questa tua frase buttata lì come una sentenza
- e io adoro le frasi ad effetto, anche quando sono bugiarde
come in questo caso,
la bellezza alle volte è meglio della verità
come un massaggio alla schiena
alle volte
è meglio di un pompino
- lo specchio mi dice che anche io posso avere occhi cattivi
lo specchio mi dice che sono un figlio di puttana -
ora metti del blues oppure chopin
e torna qui a mostrarti per quel che sei
nessun vestito, nessun ruolo,
nessuna finzione
spettinami mentre faccio disegni immaginari sulla tua pelle
apparentemente assorto, rigorosamente zitto
“a cosa stai pensando?”
“a niente, assolutamente a niente”
che poi è quello il bello di scopare, no?
ritornare animali e basta, smettere
di pensare al passato, al futuro
al presente
smettere di pensare,
mentre tu con le unghie tracci linee ardenti e parallele sulla mia schiena
segni da guardare nello specchio
una volta tornati alla normalità fatta di docce mattutine
nel tepore di stanze da bagno
con piastrelle lucide di umidità, la schiuma dello shampoo
insieme all’acqua, dalla testa per la faccia
giù sul corpo
riapro gli occhi sullo specchio appannato
di tre quarti sbircio le tue zampate sulla schiena
- lo specchio mi dice che anche io posso avere occhi cattivi
lo specchio mi dice che sono un figlio di puttana -
esco dalla doccia, mi faccio l’occhiolino
e alzo il volume della musica di un bel tocco
per non sentire
nient’altro.
- Music:Sushi & Coca - Marta sui tubi
“oggi sei dolorosamente bella”
“dici dolorosamente perché mi vedi triste?”
“no. l’avverbio è per me.”
“non ho capito”
“oggi sei clamorosamente bella. non essendo mia, ne soffro. sintesi: sei dolorosamente bella”
“ah non sono tua?”
“no. non mi risulta, almeno”
lei sorride ammiccando a tutto un mondo di non detto.
“peccato che la bellezza non dia la felicità”
“se è per questo, figurati la bruttezza”
“certo che dialogare con te, damone, è sempre un’esperienza surreale”
“ti ringrazio. la realtà è così arida che se riesco ad essere surreale sono felice”
“ma io non ti stavo facendo un complimento. intendevo dire che dai delle risposte che troncano la conversazione”
“uhm”
“non sembri interessato davvero al dialogo o a ciò che l’altra persona ha da dire; sembri concentrato più sulla battuta ad effetto. sei concentrato più su te stesso che sull’altra persona”
“a parte che se anche l’altra persona si concentrasse un po’ su ciò che ha da dire le mie conversazioni in generale ne guadagnerebbero; mi stai dicendo che sono un colossale narcisista egocentrico?”
“forse. può essere”
“e ti ci è voluto tutto questo tempo per arrivare a questa conclusione? bastava chiedermelo all’inizio, avrei confessato, subito”
“tutto qui? ti limiti a prendere atto della realtà?”
“non vedo che altro potrei fare. se vuoi ti prometto che mi impegnerò per migliorarmi, per cambiare le cose di me che non ti piacciono. ma sono stronzate da innamorati quattordicenni, e dovresti saperlo; direi che noi siamo fuori tempo massimo”
“anche perché non siamo nemmeno innamorati”
“oh, grazie per averlo puntualizzato. non si sa mai, magari per un attimo rischiassi di illudermi e poi prendere coraggio….”
“bè, bisogna dire le cose come stanno, no?”
“perché? chi l’ha detto? l’ha ordinato il medico?”
“no, ma la verità è la verità. i fatti parlano”
“mamma mia che tristezza tutta questa aderenza alla realtà. suvvia, puoi darmi di più, credimi, puoi fare di più”
“tipo?”
“…sesso orale?”
“sei un porco schifoso!”
“vabbè, se non hai nemmeno un briciolo di senso dell’umorismo dimmelo che non perdiamo tempo. dovresti distinguere una battuta dalla verità che ti è tanto cara”
“e questa era una battuta?”
“ vuoi anche una risposta?”
“non faceva ridere”
“vuol dire niente sesso orale?”
“se sei serio, sei anche stronzo. se stai scherzando, non fai ridere”
“infatti mica faccio il comico”
“sì, ma io ti ricordavo simpatico. mi aveva colpito molto la tua ironia. ora mi sembra un po’ più cattiva, più maligna”
“sarà perché invecchio”
“e poi mi aveva colpito il fatto che scrivessi. un sacco di cose romantiche, ma non troppo sdolcinate”
“già. ci provavo”
“e ora?”
“cosa?”
“non scrivi più? non ci provi più?”
“non mi riesce. incredibile, come mi riuscisse facile prima e come non mi venga più ora.”
“peccato”
“perdo il mio fascino, eh?”
“un po’ sì”
“potrei trascrivere i nostri dialoghi." magari ne potrebbe uscire qualcosa di interessante”
“dai! credi che ne uscirebbe qualcosa di interessante?”
“non so quanto sarebbero avvincenti i nostri dialoghi, tolti dal contesto delle tue lenzuola; specialmente per le parti in cui parli tu”
“che battute da stronzo”
“altri complimenti, mademoiselle?”
“eppure, mi piacerebbe finire dentro a un tuo pezzo!”
“non ne sarei tanto sicuro, fossi in te”
e infatti.
- Music:afterhours - pelle
